CULTURA MARINARA -Andar per mare o avere la barca?


Testi e foto digitali di Erminio D’Alessandro

In questi giorni di pieno inverno, in cui strappare un’uscita a vela la domenica mattina ha sempre il sapore della conquista, dell’avventura e la lettura di un buon libro di racconti di mare ha il potere di portarci con la fantasia verso le isole della Grecia o addirittura della Polinesia, tante sono le riflessioni che vengono alla mente.

La barca rappresenta spero per i più, appassionati del mare, il mezzo per andar per mare, quasi sempre si tratta di una ecologica ed a volte modesta barca a vela o di una barca a motore dislocante, per questo la più marina che ci sia, scelta per le sue caratteristiche proprio per andar per mare.

Ma la barca rappresenta, per altri, uno status symbol, un simbolo forse il più eloquente per ostentare ricchezza, a volte neanche vera, sfidando anche l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza sul mistero su come si possa acquistare e mantenere un bolide con un paio di motori da 500, 1000 e più cavalli ciascuno, con una dichiarazione di redditi da qualche decina di migliaia di €uro l’anno.  Per questa gente, che posso solo sperare sia una minoranza, il mare, o meglio, il porto è unicamente  il mezzo dove ostentare la propria barca, la propria ricchezza, la propria superiorità… la propria mediocrità di avere e non di essere!

Questa categoria di pseudo marinai è rea di aver fatto prendere di mira la nautica da diporto nell’ultimo ennesimo decreto di stabilità “salva Italia” quale “bilanciamento” di una riforma strutturale, sicuramente necessaria, ma repentina e pesante, del sistema pensionistico italiano, senza che in tale comparto sia stato mosso un solo dito per eliminare gli assurdi privilegi fatti pensioni da pascià, di pensionati baby, di finti invalidi, ecc… ecc… insomma con il metodo consolidato e conosciuto in tutto il mondo: “all’italiana maniera”.

Eppure questi pseudo marinai si riconoscono lontani un miglio:

a) dal tipo di barca, quasi sempre scelta sull’onda della moda del momento, per l’aspetto estetico esterno ed interno, per le alte potenze installate a bordo, per le elevatissime velocità di crociera e di punta, per i consumi stratosferici;

b) dal tipo di uso che ne fanno: solo in piena estate per andare da un Marina all’altro cercando sempre posti costosi in vista ove fermarsi e… farsi notare;

c) dal tipo di navigazione che fanno: solo di giorno, solo con il bel tempo, solo con il mare calmo e solo ad altissima velocità.

Insomma a chi non è capitato di essere raggiunto o di incrociare in mare aperto uno di questi bolidi lanciato ad oltre 30 nodi, con il prendisole pieno di donne a prendere il sole con poco e niente addosso e di essere sfiorati e bagnati dagli schizzi e strapazzati dalle onde, mentre tutti sul bolide se la ridevano?

Questo tipo di barche ha fatto la fortuna di molti cantieri, anche italiani, la cui clientela, negli ultimi vent’anni, si è improvvisamente estesa a gente che con il mare non aveva avuto e non avrà mai niente a che fare, faccendieri, portaborse, pseudo finanzieri e banchieri, improvvisati politici, improbabili imprenditori, insomma tanta apparenza senza l’ombra della sostanza.

Alcuni anni orsono ero in Sardegna, a porto Ottiolu, vicino l’isola di Tavolara a sud di Olbia, un porto turistico nuovo da poco inaugurato.  In un tardo pomeriggio di luglio, arrivò un cabinato di una ventina di metri, con la livrea blu intenso, lucidissima, pieno di acciai sfavillanti, con elica di prua ed eliche di poppa, il nome della barca era rappresentato da un’insegna gioiello di elevatissimo pregio, tutta in acciaio inossidabile, taglio laser, lucente, retroilluminato da led di colore azzurro, faretti di poppa illuminavano a giorno l’acqua torbida del Marina, un grande adesivo a poppa ammoniva chiaramente “Powered by 2×1.600 MAN” – ovvero “non ci provate nemmeno a starmi dietro” – cisterne di gasolio per migliaia di litri.  Dopo l’attracco era un via vai di persone a curiosare a bocca aperta davanti a quel mostro di tecnologia e l’armatore, abbronzatissimo era seduto a poppa su una poltrona di vimini a sorseggiare champagne con due ragazze “immagine”.  Era la barca più grande e più bella del porto, lui, l’armatore, noto new entry della finanza mondana, penso recitasse la parte di un dio e dopo un paio di giorni decise di andare a recitare altrove.

Nei giorni successivi decidemmo di fare una puntata in macchina a Porto Rotondo e lì ritrovammo il nostro magnate che aveva ormeggiato il suo venti metri tra barche molto più grandi di 30, 40 e 50 metri, ancor più lussuose, ancor più lucide, ancor più potenti… brutta fu la nostra impressione… ci sembrò un morto di fame, una semplice inutile comparsa, in un contesto ove ben altri recitavano il ruolo di un dio, lui poverino, dopo qualche mese, ebbe l’onore delle cronache giudiziarie riservate agli impostori.

 
 
 

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