QUEL BORBONICO DI MIO NONNO

Ricordo del nipote di un italiano qualunque che nel 1861 aveva 8 anni

Vincenzo Di Bernardo (1853 - 1915) - Immagine ricostruita dall'Autore in base alla descrizione dei parenti.

Quando nel 1860 Garibaldi incontrò Vittorio Emauele II a Teano mio nonno Vincenzo aveva 7 anni, la stessa mia età che avevo io nel 1942, quando stava per scadere la mia “militanza” nei “Figli della Lupa” in procinto di indossare la divisa di Balilla.

Infatti Vincenzo Di Bernardo, figlio di Raffaele, era venuto al mondo nel 1853, suddito borbonico, nel paese di S. Silvestro, circondario di Francavilla, distretto di Chieti, Provincia d’Abruzzo Citeriore, Regno di Napoli.  Era di una famiglia di contadini, piccolissimi proprietari, e la “zappa” bastava a mala pena per la sopravvivenza.

I Di Bernardo non raggiungevano il reddito di 12 ducati, il limite minimo per essere iscritti nella lista degli “eleggibili” ma sufficiente per pagare tutte le imposte, compresa quella sul vino, che il Re di Napoli esigeva dai suoi sudditi.

Ma non è la biografia di Vincenzo che voglio narrare, anche perché la sua figura, come quella di altri milioni di cittadini, che furono e sono sempre testimoni dei grandi eventi, non ha scritto il suo nome sui libri della storia. Infatti mio nonno è uno dei tanti “regnicoli”, un popolano anonimo, che visse gli avvenimenti del 1861 e che non ha una piazza intitolata. Io, comunque, lo voglio ricordare su questo mio spazio web sperando di non annoiare quei pochi parenti e amici che lo frequentano.

E’ bene però precisare che io non ebbi la fortuna di conoscerlo. Morì nel 1915 ma la sua figura in famiglia è stata sempre presente nei racconti di mia nonna Rosina, nata nel 1877, di 24 anni più giovane del marito, sposata in seconde nozze.

Come viveva S. Silvestro nel 1861 ?

Ecco alcuni quadretti di quel tempo.

LA GUARDIA NAZIONALE

La Guardia Nazionale era una istituzione presente nei paesi in tutto il Regno borbonico. In ogni comune il sindaco aveva sulla carta una lista di cittadini che in casi di emergenza  si dedicavano, su base volontaria, a difendere la comunità da qualsiasi minaccia.

Con il cambio di regime, nel 1860, le liste degli iscritti al corpo rimasero pressoché invariate.

Nel piccolo paese sulle colline a Sud di Pescara, dove vive la mia famiglia da sette generazioni, in quei giorni cruciali dell’Unità Nazionale,  dopo la vittoria di Garibaldi a Calatafimi, giunse al sindaco di San Silvestro l’ordine di distribuire armi munizioni a tutti gli iscritti alla Guardia Nazionale. Il padre di Vincenzo, Raffaele, era uno dei  131 volontari iscritti ma non si presentò in comune col suo fucile. Mandò a dire che era malato.  Si recarono nel corpo di guardia solo cinque paesani ma senza fucili, perché erano “da accomodare”  e senza munizioni.

In realtà le guardie, con la nuova coccarda tricolore, temevano di imbattersi con i “partigiani” di Francesco II, definiti briganti dalle autorità piemontesi. Questi operavano in bande formate da chi considerava i Savoia più tiranni dei Borboni ed anche da delinquenti comuni che avevano sulla coscienza reati di vario genere.

Nonostante che a San Silvestro i briganti non fossero mai entrati, dato che il paese confinava con la fortezza di Pescara dove consistenti reparti di carabinieri e dell’esercito piemontese avevano sostituito i napoletani, le guardie nazionali volontarie, le stesse arruolate dal governo precedente, non addestrate e armati con fucili da caccia o residuati dell’esercito napoleonico del 1799, preferivano evitare di correre rischi. Per altro non avevano molta simpatia per il nuovo Re che obbligava i giovani, a differenza di quello borbonico, al servizio  di leva militare.

IL GIURAMENTO AL  RE VITTORIO EMANUELE II

Dopo la proclamazione ufficiale dell’Unità d’Italia nel piccolo paese di S. Silvestro giunse al Comune una circolare del Governatore di Chieti, che invitava i sindaci  a proporre ai componenti della giunta di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele.

Alcuni consiglieri e assessori (ex decurioni) non aderirono e furono licenziati.

Ecco il documento del giuramento formale del Consigliere Pasquale Candeloro.

Giuramento al Re Vittorio Emanuele II richiesto dall'Assessore Pasquale Candeloro nel 1861

GIURAMENTO

A  VITTORIO EMANUELE RE D’ITALIA

L’anno 1861 il giorno tre Agosto in San Silvestro innanzi a me Giosia D’Ercole  Sindaco assistito dal funzionante Cancelliere si è presentato  il Sig.Pasquale Candeloro e mi ha richiesto  di ricevere il giuramento  al Re d’Italia VITTORIO EMANUELE, che ha pronunciato nel seguente modo.

Io Pasquale Candeloro di Giuseppe giuro fedeltà e obbedienza a VITTORIO EMANUELE RE D’ITALIA  e i suoi successori, giuro di osservare e far osservare lo Statuto ed ogni altra Legge dello Stato pel bene inseparabile del Re e della patria Italiana”.

Di che si è redatto il presente processo verbale in tripla spedizione sottoscritto da me. Dal Cancelliere e da esso Signor Pasquale Condeloro.

Pasquale Candeloro

Giosia D’Ercole Sindaco

(Archivio di Stato Pescara, Fondo Governatorato, S. Silvestro, Busta 1 , Fasc. 3)

LA STORIA DI S. SILVESTRO

Questa nota dedicata a mio nonno nato suddito borbonico è, in realtà, un omaggio a tutti i sansilvestresi di allora  che vissero l’avvenimento che noi,  pescaresi del terzo millennio, celebriamo per ricordare non solo i grandi personaggi che unirono la nostra Italia, ma anche la intera Comunità di quei giorni.

Vincenzo si arruolò in Finanza nel 1877 e si ritirò in pensione da brigadiere nel 1899.  Mio padre Leopoldo Fileno, detto Fifì, nacque nel 1909; Romano nel 1935 e David nel 1981.  Ma questa non è una saga familiare è solo l’omaggio alla memoria di quel “borbonico” di mio nonno, italiano comune come me che non ho avuto la fortuna di conoscere.

Bibliografia: la STORIA DI  S.SILVESTRO di Romano Di Bernardo e Enzo D’Ascanio , edizioni SIGRAF.
 
 
 

4 Commenti

  1. Nicola scrive:

    Sr. Romano;
    leggo con piacere la sua storia risorgimentale visto che in generale sono un’appassionato di quel periodo. Sono abruzzese anch’io ma di un paesino a sud del vostro(San Salvo, ma nato Pescara)quindi tutto cio’ che riguarda la mia terra m appassiona. Nulla da eccepire eccetto il fatto che non ho sinceramente capito il significato di “quel Borbonico”, o meglio non so se viene usato come dispegiativo o con orgoglio. La tolgo dall’imbarazzo dicendo che io sono di quelli cui la storia ufficiale non e’ mai andata giu’ del tutto, quindi l’essere borbonico per me sarebbe un motivo di orgoglio.

    Distintamente e con apprezzo.
    Un saluto.

    • romano scrive:

      Caro Sig. Nicola, mio nonno Vincenzo, come è scritto nel pezzo, è nato suddito borbonico ed è morto appena iniziata la prima guerra mondiale. La parola “borbonico” è senza dubbio pronunciata e scritta con l’affetto che può sentire un nipote, come il sottoscritto, che non ha avuto nemmeno la fortuna di sentire una sua carezza.
      Condivido la Sua opinione sulla storia ufficiale del nostro risorgimento. L’hanno scritta i vincitori come accade sempre nei grandi eventi che toccano l’umanità.
      Ho effettuato diverse ricerche sul Regno delle due Sicilie e Le posso assicurare che Napoli era una delle capitali europei più ammirate. Poichè Lei mi onora di frequentare il mio modesto Blog vedrà prossimamente alcuni articoli sulla marina borbonica e su altri argomenti interessanti.
      La ringrazio e La saluto cordialmente.

      • Nicola scrive:

        Egrego Sr. Romano;
        La ringrazio per le sue parole. Vedo che sul nocciolo della questione si coincide nello stesso punto di vista. Mi riprometto periodicamente di visitare il suo blog.
        Cordialmente

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